Devotional
30 Maggio 2026 3 min di lettura

S1 Ep4: Un frutto nuovo

Mi hanno sempre detto che non ero abbastanza bravo. È per questo che non ho mai smesso di lavorare

Leggendo questa frase, probabilmente hai immaginato la storia di un atleta senza grandi qualità naturali, uno di quelli costretti a costruire ogni passo con sudore, disciplina e sacrificio. Uno che ha dovuto lottare per conquistarsi un posto, per guadagnarsi la fiducia del proprio allenatore e dimostrare di valere qualcosa.

Ed è vero: il duro lavoro ha segnato profondamente il suo cammino.

Eppure, la persona che pronunciò queste parole non era affatto priva di talento. Anzi, è stato definito da molti come “l’icona sportiva che ha ridefinito il concetto di eccellenza”, un uomo che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dello sport, diventando un punto di riferimento per molte generazioni. Stiamo parlando di Michael Jordan.

Non è il primo nome che verrebbe in mente pensando a qualcuno che dubitava di sé stesso.

Eppure, anche uno dei più grandi atleti di sempre conosceva quella voce interiore che dice: “voglio vedere un frutto più grande, non basta”.

Forse è proprio questo che accomuna tanti atleti: il desiderio profondo di crescere continuamente, di vedere un frutto nascere dagli allenamenti, di superare i propri limiti e alzare ogni giorno l’asticella. 

L’intero nostro essere è preso dal desiderio di vedere “il frutto” ed in fondo, c’è qualcosa di spirituale in tutto questo.

L’apostolo Paolo, nelle sue lettere, utilizza spesso immagini legate allo sport e agli atleti per descrivere il cammino cristiano. Parla di disciplina, perseveranza e corsa non per esaltare la prestazione umana, ma per ricordarci che la vita con Dio richiede un processo continuo di introspezione e di confronto con la sua Parola.

C’è infatti una battaglia invisibile che combattiamo ogni giorno: morire al peccato, rinunciare alla vecchia natura e imparare a vivere nella nuova identità che abbiamo in Cristo Gesù; siamo abituati a pensare che ogni risultato debba essere conquistato con fatica. Nello sport funziona così: più ti alleni, più c’è probabilità di raccogliere frutto. Più soffri, più migliori. Corriamo però così il rischio di trasferire questa mentalità anche nella nostra vita spirituale, vivendo il rapporto con Dio come una continua prestazione da dimostrare a Lui, probabilmente agli altri o forse anche a noi stessi.

Ma il Vangelo rompe questa logica.

La salvezza non è il premio per chi si è allenato meglio. La vittoria più importante è già stata conquistata sulla croce da Gesù Cristo. Noi combattiamo per ottenere un risultato; Dio, invece, ci invita a partire da un’opera già compiuta.

È per grazia che siamo stati salvati. Ed è sempre per grazia che veniamo trasformati.

Quale frutto dunque avevate allora? Di queste cose ora vi vergognate, poiché la loro fine è la morte. Ma ora, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per frutto la vostra santificazione e per fine la vita eterna; perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesú, nostro Signore.

Romani 6:21-23

Perché il Vangelo non parla di persone perfette, ma di persone trasformate; prendiamo la santificazione quindi come frutto naturale dell’aver accettato la buona notizia nella nostra vita mentre il nostro fine è la vita eterna in Cristo Gesù.