Vi sarà mai capitato di immaginare la vita cristiana e la vita “secolare” come due realtà separate, come se l’esistenza fosse divisa in compartimenti stagni?
Abbiamo spesso confinato Dio e la spiritualità all’interno delle riunioni, dei momenti dedicati al culto, lasciando fuori tutto il resto della vita quotidiana.
Con questa prospettiva, è naturale che anche ambiti come lo sport vengano visti più come una possibile occasione di caduta che come un’opportunità per testimoniare i propri valori, la propria fede e la luce di Dio nel mondo.
La capacità di praticare sport è un aspetto della creazione di Dio che può essere vissuto per la sua gloria.
È fondamentale sottolineare questo punto, perché molti sportivi cristiani abbandonano lo sport a causa di una teologia non compresa correttamente.
Se desideriamo servire Dio al meglio attraverso il mondo dello sport, vale la pena chiederci se i cristiani siano chiamati a rimanere nei propri club sportivi, imparando a seguire Cristo proprio in quell’ambiente in cui Dio ha donato loro dei talenti e dove molte persone, che non conoscono Gesù, trascorrono gran parte del loro tempo.
Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio
1 Corinzi 10:31
Nella mia esperienza personale, ho accompagnato giovani sportivi tra i 5 e i 22 anni, con l’obiettivo di condividere il seguente principio: Non c’è nulla di più naturale che praticare il proprio sport e viverlo secondo i principi biblici, lasciando che la fede e la Parola di Dio plasmi il modo di giocare, crescere e relazionarsi con gli altri.
Non esiste un luogo più naturale in cui condividere ciò che siamo e in chi crediamo: quello delle relazioni quotidiane. Che sia il lavoro, la scuola o lo spogliatoio, è proprio lì che la nostra fede può diventare visibile.
In principio Dio creò i cieli e la terra
Genesi 1:1
La Bibbia si apre rivelando un Dio creativo, un Dio che genera, ordina e dà forma alla realtà. E in Genesi emerge un’altra verità fondamentale: l’essere umano è creato “a sua immagine”.
Questo significa che, in qualche modo, anche noi portiamo in noi la dimensione creativa di Dio. Non nel senso di creare dal nulla come Lui, ma nel senso di poter dare forma, sviluppare, trasformare ciò che ci è stato affidato.
Basta guardare la vita quotidiana per accorgercene. Per muoverci abbiamo inventato mezzi sempre diversi: auto, moto, aerei, treni, metropolitane. Per nutrirci abbiamo sviluppato una straordinaria varietà di ricette, combinando gli stessi ingredienti in modi infiniti, con consistenze, sapori e tradizioni sempre nuove.
E lo stesso vale per lo sport.
Dio non ha “creato” lo sport come disciplina strutturata, ma ha dato all’uomo le capacità fondamentali per renderlo possibile: correre, saltare, calciare, afferrare, muoversi, giocare. Lo sport nasce proprio dall’incontro tra queste capacità e la creatività umana che le organizza in regole, forme e giochi condivisi.
In questo senso, lo sport non è altro che un’espressione della creatività che Dio ha posto nell’uomo: un gioco ordinato, vissuto in relazione, che riflette — anche se in modo imperfetto — qualcosa del suo Creatore.
L’umanità, però, ha scelto di rifiutare il proprio Creatore, e le conseguenze di questa rottura si riflettono anche nello sport.
Basta pensare a ciò che spesso emerge durante una partita: l’agonismo, che di per sé è parte integrante del gioco, può facilmente degenerare. Rabbia, espulsioni, egoismo e protagonismo prendono il sopravvento, trasformando ciò che dovrebbe essere gioco e relazione in conflitto e frattura.
In questo senso, lo sport — proprio come l’umanità — appare segnato da una ferita profonda.
Non eravamo in grado di risolvere da soli questa frattura. Ma Dio, nella sua iniziativa d’amore, ha scelto di intervenire e di ristabilire la connessione e la relazione con noi attraverso la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo.
È in questo evento che si apre una nuova possibilità: ciò che era spezzato non è semplicemente aggiustato dall’uomo, ma rinnovato da Dio stesso, che riconcilia e ridà accesso alla relazione con Lui.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
Isaia 53:6
Adorazione
L’apostolo Paolo scrive che possiamo “offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”. Una relazione restaurata con Dio non riguarda solo l’interiorità quindi, ma coinvolge tutta la nostra vita: corpo, mente e spirito. In altre parole, tutto ciò che siamo diventa uno strumento da mettere a disposizione di Dio.
Questo include anche i talenti sportivi che ci sono stati affidati. Vivere in Cristo significa riscoprire il nostro rapporto con Colui che ci ha donato queste capacità, da esprimere all’interno della comunità sportiva. Paolo arriva a definire tutto questo come “culto autentico”: la vita stessa diventa adorazione, vissuta nella quotidianità.
Il culto, dunque, non è limitato a un momento o a un luogo specifico, ma abbraccia ogni aspetto dell’esistenza e anche lo sport rientra in questo.
L’adorazione non è legata solo al risultato — che si segni un goal decisivo o si sbagli un’occasione importante — ma all’atteggiamento con cui si vive ogni gesto.
In questo senso, anche lo sport diventa un luogo di testimonianza: un contesto in cui condividere il Vangelo attraverso il modo stesso di vivere, giocare e relazionarsi con gli altri.
Fonti: