Devotional
23 Maggio 2026 3 min di lettura

S1 Ep3: Più di una prestazione

Ci sono momenti in cui una sconfitta mi ha fatto sentire meno valido come persona? Sto usando la prestazione per crescere oppure per misurare il mio valore?

Ognuno di noi porta dentro di sé una personale idea di successo. Questa idea è profondamente influenzata dalla società, dalla cultura in cui siamo cresciuti, dal contesto familiare e perfino dal club che ci ha accolti come allenatori o come atleti.

Molto spesso, però, finiamo per lasciarci ingannare da una definizione di successo che ci porta a identificarci con le nostre emozioni e con le nostre prestazioni. Eppure i risultati non dipendono mai soltanto da noi. Entrano in gioco molti fattori esterni: la qualità dell’avversario, le decisioni arbitrali, la condizione fisica dei compagni, gli infortuni, la competenza dello staff tecnico, la risposta dei giocatori agli stimoli e il feedback degli allenamenti.

Per questo ridurre il nostro valore a una prestazione è sempre una visione incompleta.

Il metodologo del Barcelona Paco Seirul·lo descrive l’atleta come una realtà complessa, composta da molte dimensioni da allenare:

  • Struttura bioenergetica: fornisce l’energia necessaria per vivere e agire.
  • Struttura condizionale: riguarda le capacità fisiche.
  • Struttura coordinativa: sostiene la tecnica.
  • Struttura cognitiva: permette di leggere e comprendere il gioco.
  • Struttura socio-affettiva: riguarda le relazioni interpersonali.
  • Struttura volitivo-emozionale: coinvolge emozioni, desideri e motivazioni.
  • Struttura espressivo-creativa: riguarda il modo personale e collettivo di comunicare.
  • Struttura mentale: aiuta a comprendere e interpretare ciò che desideriamo per il presente e per il futuro.

Questo ci ricorda una verità importante: siamo molto più di una prestazione.

La nostra cultura ci spinge a inseguire ciò che è immediato, ciò che gratifica in fretta, ciò che sembra facilmente raggiungibile. Ma quella strada, per quanto appaia comoda e larga, prima o poi lascia dentro un senso di vuoto.

Le prestazioni dovrebbero essere uno strumento per misurare le nostre capacità e riconoscere i nostri limiti, così da poter crescere. Invece, troppo spesso, diventano il metro della nostra autostima.

Anche l’avversario cambia volto. Dovrebbe essere colui che ci aiuta a capire a che punto siamo del nostro percorso, qualcuno che mette in luce aree da sviluppare e ci rende migliori. Invece diventa un nemico, quasi il responsabile delle emozioni che non riusciamo a provare.

La vittoria è un sottoprodotto del processo.

– Dean Smith

Viviamo in un mondo che rende la vittoria affascinante e seducente. Per questo è facile diventarne ossessionati.

Quando rincorriamo la felicità fragile dell’approvazione e dell’apprezzamento, rischiamo di dimenticare perfino perché abbiamo iniziato a giocare. E, quasi senza accorgercene, arriviamo a un punto di rottura: lo smarrimento. A quel punto non giochiamo più con libertà, ma diventiamo schiavi dei risultati.

Eppure, nel profondo, ciò che desideriamo davvero non è semplicemente vincere. Desideriamo essere amati, accolti, conosciuti. Desideriamo relazioni profonde, un amore che non cambi davanti ai fallimenti né davanti alle vittorie.

La Scrittura descrive bene questa condizione:

Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.

Isaia 53:6

Lo smarrimento non sorprende Dio. Anche la strada della frustrazione, della dipendenza dai risultati e della ricerca ossessiva della vittoria è una delle strade che il cuore umano può imboccare.

Ma il passo di Isaia non si ferma alla diagnosi: indica anche una via.

Gesù ha preso su di sé il peso del nostro smarrimento per offrirci una direzione nuova. Quando la vittoria diventa un idolo, Lui ci ricorda che il nostro valore non dipende da ciò che otteniamo, ma da Chi ci ha chiamati.

La vera libertà non nasce dal vincere. Nasce dal sapere a chi apparteniamo.